Dipinti


Giovanni Francesco da Rimini. (Rimini 1415-20 ca. - 1470)

Madonna col bambino
Tempera su tavola. Dimensioni: cm. 65 x 42
Provieniente dalla collezione Conte Brancadoro di San Benedetto del Tronto, la tavola è già catalogata quale opera di Giovanni Francesco da Rimini nella fototeca di Federico Zeri (Pittura italiana sec. XV, Padova, fasc. 1, b. 0299, s. 28044): un'attribuzione criticamente studiata da Silvia Padovani (pp. 16-17), confermata da Luisa Vertova e che trova lampanti assonanze con similari soggetti del riminese come la Madnna col bambino del Walters Art Museum di Baltimora nel Maryland (USA) e quella della National Gallery di Londra. Il pittore formatosi nella cultura tardo-gotica romagnola e adriatica, è documentato a Padova negli anni 1441-1442 per essersi iscritto alla Fraglia (corporazione cittadina di arti e mestieri). Qui si lascia sedurre dagli estestismi preziosi di Gentile da fabriano, Michele Giambono, Jacopo Bellini e Antonio Vivarini, ma ha l'opportunità d'incontrare anche l'opera di moderni maestri toscani come Donatello, Filippo Lippi, Andrea del Castagno, Paolo Uccello. Questo duplice, contraddittorio alimento ha nutrito la sua originale personalità di pittore sacro, facendone scaturire uno stile complesso, in cui si mescolano predilezioni tardogotiche, che lo spingono a dispiegare forme piuttosto immaginose che non ragionate, e intuizioni spaziali intessute di freschi luminismi e di costruzioni prospettiche, benché realizzate in modo empirico e non per mezzo di analisi scientifiche. Non a caso Federico Zeri ha scelto l'arte di Giovanni Francesco come uno dei più limpidi esempi di uno pseudo-Rinascimento, che si avvicina alla nuova pittura senza passare attraverso il vaglio della consapevolezza dottrinale e teorica. Nell'ambiente padovano, è Francesco Squarcione a fornire al riminese i principi di simbiosi tra autunno medioevale e primavera umanistica. Lo dimostra il raffronto tra la Madonna in questione e quella firmata nel 1455 da Squarcione e conservata alla Gemaldgalerie di Berlino. Pur nelle discrepanze compositive ben maggiori appaiono le affinità poetiche e iconologiche tra i due dipinti: il movimento scomposto del Cristo infante, il piedino destro che tocca fatalmente la balaustra, metafora della mensa eucaristica, l'avvicinarsi affettuoso dei volti di madre e figlio secondo la gestualità profetica che annuncia l'immagine pasquale del compianto. Spiccano infine, i ricchi festoni, i pomi simbolici che per il padovano come per il riminese rimandano a Maria nuova Eva e al frutto del peccato che, assunto dal Redentore infante, è trasformato in cibo d'eternità, colto dall'Albero della Vita. Se tuttavia Squarcione identifica il sacrificio di Cristo con la mela cotogna, "frutto benedetto del ventre dellla Vergine" offerto sulla balaustra-altare, Giovanni Francesco dispiega due festoni ricchissimi di presenze emblematiche: le rosse ciliegie che rimandano al sangue sacrificale, le spighe di grano che alludono al pane, la pesca composta di tre parti secondo Plinio, e, segno cifrato trinitario per i cristiani, le mandorle che alludono al nascondimento della divinità del Figlio nell'involucro dell'umanità, così come il frutto immacolato e perfetto si cela dietro il duro guscio e che, nel rimando alla vagina, indicano l'intemerata verginità della Madre di Dio. Le braccia incrociate del Bambino, capriccioso gesto d'impazienza o di timore, la gamba sinistra, esitante e vulnerabile nella mano della Vergine, il fondo nero, non raro nel riminese e quasi metafisico, suggellano, infine, il senso tragico e mistico di questa tavola che ha la parvenza di un rituale estivo di fertilità. Bibliografia: S. Padovani 1971, pp. 3-31; L. Vertova 1996, pp. 3-8.